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La lettera d’addio della dirigenza provinciale Gc di Torino

Posted by admin | Posted in Articoli, Giovani Comunisti, Territorio, Torino | Posted on 29-01-2010

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Care compagne e cari compagni,

con questa intendiamo comunicare l’uscita dal Partito della Rifondazione Comunista di tutta l’organizzazione Provinciale delle/dei Giovani Comuniste/i, autosospesasi già un’anno fa, e la dimissione da tutti gli organismi dirigenti.

I Giovani Comunisti in questi anni hanno rappresentato un percorso di sperimentazione, innovazione e conflitto che ha coinvolto decide e decine di giovani che hanno trovato nei G*C uno spazio aperto a tutti e scevro da identitarismi.

La rete Torino Precaria per quanto riguarda il mondo del lavoro, la presenza nelle scuole col percorso degli Studenti Ribelli prima e degli Studenti in Movimento poi, il radicamento nelle facoltà e soprattutto i diversi tentativi di ridare fiato ad un protagonismo giovanile di sinistra come il laboratorio sx sono solo parte delle tante, tantissime cose che sono state fatte in questi anni.

Ora non ci riconosciamo più nel percorso di una Rifondazione che sarebbe più appropriato definire una Restaurazione. Un partito che ha espulso una cultura politica in grado di parlare realmente col paese, un partito che ha sdoganato i peggiori residui di ciò che la storia, fortunatamente, ha cancellato. E cioè quel comunismo degli odi e della negazione delle libertà. La rifondazione attuale non la riconosciamo più ormai da tempo, da quando ha deciso di rinunciare alla creazione di un progetto politico di cambiamento pensando bene di poter sopravvivere solo attraverso una prospettiva identitaria.

Non considerando forse che quella falce e quel martello che hanno rappresentato negli anni una speranza di riscatto per milioni di persone ora non sono altro che un feticcio di cui chiunque può appropriarsi, magari per barattare un posto nel listino della Bresso, elemosinando tristemente un accordo anche col partito di Cuffaro, nonostante la svolta “in basso e a sinistra”. E che ha alimentato al proprio interno le peggiori frustrazioni e derive culturali, mai appartenute ad un partito che si dice alternativo ai disvalori del capitalismo e delle destre. Crediamo infatti che oggi dentro Rifondazione sia presente una destra. Mistificazione, odio, omofobia, intolleranza, identificazione di nemici interni rappresentano prospettive valoriali che non stancheremo mai di combattere e con le quali siamo incompatibili. Diciamo addio ad una rifondazione che non ha più nulla a che fare con quel “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” che noi, invece, continueremo a creare altrove, non in altri partiti, ma nelle strade, nelle piazze, negli spazi sociali.

Come continueremo a collocarci tra coloro che ritengono indispensabile la creazione da zero di una nuova soggettività della sinistra che sappia finalmente parlare e riconnettersi con il proprio popolo, con gli ultimi e gli esclusi, e che abbiamo una prospettiva di massa e innovativa.

Ci sentiamo infine di ringraziare compagni e compagne come Gianluca, Donatella, Giuliano, Luca (ci scusino coloro che abbiamo dimenticato) attraverso i quali siamo cresciuti e con i quali abbiamo condiviso momenti e percorsi indimenticabili che siamo sicuri continueranno anche in futuro. Alleghiamo il documento che approvammo un’anno fa e che sicuramente tematizza meglio in nostro pensiero.

Un abbraccio

Giovani Comunisti Torino

Oltre i Giovani Comunisti ricreiamo una narrazione, una nuova sperimentazione, senza muri.

“Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero” Le Luci Della Centrale Elettrica

Mi piacerebbe partire dal viaggio di una generazione con i Giovani Comunisti e con Rifondazione. Quella Rifondazione vista come partito, unico in Italia e forse in Europa, che metteva finalmente in discussione il primato delle istituzioni nella politica e che abbandonava un governo in nome anche di una critica al potere che significava la necessità di tuffarsi in un mare aperto, di mettere in discussione la propria forma, di criticare definitivamente l´idea di egemonia del partito sulla politica per affrontate un processo di contaminazione vera nei movimenti e nella società.

Quel punto di vista oggi non esiste più. Ne qui né altrove.

La deriva identitaria e tardo-comunista di Rifondazione, oggi solo lontana caricatura del passato, è ben rappresentata dalla discussione intorno al Muro di Berlino sulla tessera dei giovani comunisti. Un PRC non consapevole forse che i muri sono la forma attuale del capitalismo che, a partire dalle macerie berlinesi, disegnano la forma attuale della violenza del potere. I muri sorgono dappertutto, muri fisici e frontiere immateriali che segnano il ritorno ad un sistema di dominio e controllo disciplinare sui corpi e sulle vite, come scrive Slavoj Zizek. Erettisi anche nel omologazione del mercato, nel razzismo e nell´abbuffata consumista dove i luoghi di socializzazione sono diventati i centri commerciali, i salotti televisivi e le curve degli stadi.

Ma quel Muro era indifendibile. Ed è questa la nostra solitudine rispetto a chi vuole rifugiarsi nell´illusione che dall´altra parte ci fosse qualcosa che potesse parlare anche a noi e alla nostro voglia di cambiare l´esistente. Quella non era l´alternativa, è crollata storicamente, eticamente e politicamente non meritava e merita neanche per un istante di esser difesa perché escludeva tanto, forse tutto. Sicuramente la libertà.

E se questa discussione sul muro ha potuto suscitare tante reazioni in un partito è perché Rifondazione stessa è divenuta un muro, uno spazio perimetrato intorno al quale è necessario costruire steccati sempre più alti, che possono essere superati solo dopo aver fatto le analisi del sangue per rilevare quanto tasso di comunismo hai nelle vene, quante “cene sovietiche” organizzi e quante bandiere Comuniste porti nelle assemblee universitarie e nei cortei. Bandiere Comuniste che oggi provocano non più un senso di riscatto negli “ultimi” ma repulsione perché non “significano” più nulla, cioè non producono più senso comune e punto di riferimento per il cambiamento.

Ma questo stato comatoso ha un lontano inizio. Siamo in questo stato da quando abbiamo ricollocato le istituzioni ed il governo, da quello nazionale fino all´ultimo degli enti locali, al centro del nostro agire politico. Da quando abbiamo snaturato e contorto il discorso sulla non-violenza dismettendo ogni pratica di azione diretta ed espellendo chi in parlamento votava in modo difforme. Da quando abbiamo parlato del processo costituente di una nuova sinistra che poteva nascere solo dalla partecipazione, dai soggetti sociali, dall´intellettualità diffusa, dagli esclusi dalla politica ed abbiamo poi agito ed agiamo esattamente al contrario: a partire dalle formule elettorali, dalle riunioni fra ceti politici arcaici che rifiutano di riconoscere le proprie sconfitte e di ritirarsi perfino di fronte alle più brutali disfatte.

“La tragedia del nostro tempo è che manca un discorso che sappia riaprire un futuro comune e solidale contro l´idea attuale della sopravvivenza conflittuale. Oggi a sinistra non vedo nessuno che lavori per questo, sono tutti occupati a raccogliere da terra i rottami delle proprie identità infrante o costruirne di nuove per poi, possibilmente, usarli come clave sulla testa dei propri vicini.” Scrive Revelli.

Ed è questa la nostra solitudine. L´assenza di un pensiero lungo che si opponga ad un neoliberismo che ha dato forma ad un modello di società, a degli stili di vita e a delle politiche che non sono più sostenibili. Un pensiero unico entrato ormai nel dna delle persone e che sostituisce l´olio di ricino al Grande Fratello. E le sinistre, mute a fronte della crisi economica e di civiltà rispondono riproponendo formule economicamente superate e analisi, riti e forme organizzative novecentesche. Una sinistra comunista e non, ancora impregnata di “sviluppismo” che non coglie che lo sviluppo, inteso come crescita del Pil e sfruttamento delle risorse naturali del pianeta, non è più realizzabile se non con guerre e solo per un piccola fetta del pianeta. Sono tutti muti sul grande tema della crisi su cui al massimo si indugia reclamando le nazionalizzazioni, senza saper leggere i veri caratteri di novità di questa crisi che non è solo economica, è crisi di civiltà, è crisi come categoria generale di lettura del tempo presente e per questo rappresenta anche un´inedita opportunità.

Opportunità di creazione di una narrazione, sulla quale vogliamo investire superando formalmente e informalmente i G*C, che possa creare un pensiero maggioritario della trasformazione nella società. Un pensiero lungo, una narrazione e un´immaginario che rappresentino l´occasione del riscatto esistenziale e materiale degli “ultimi”, com´era il Comunismo e la falce e martello e come non sono e saranno più (con buona pace di chi pensa che “il futuro ha bisogno di comunismo”). Un pensiero inoltre che colga la possibilità di parlare di forme di reddito sganciate dal lavoro non più come utopia minoritaria ma come antidoto necessario all´apocalisse e che inizi a parlare seriamente di decrescita come necessità imprescindibile. Con al centro spazi sociali, mutualismo e radicamento.

E´ chiara quindi la nostra decisione di prendere il largo, di tentare di abitare nuovi terreni non perimetrati di ricerca e di azione. Ciò che ci interessa innanzitutto è tentare di aprire spazi pubblici e fisici di discussione e di nuove pratiche che restituiscano respiro e significati nuovi ed una prospettiva di cambiamento. Consapevoli dell´ostilità della nuova aggressiva “dirighenzia” del partito alla quale continuiamo a preferire “gli errori del movimento reale”.

Vogliamo sfondare ogni barriera e ogni muro. E lo faremo con chiunque vorrà camminare domandando assieme a noi.

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