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un nuovo iscritto…il sindaco di Taranto

Stefàno: «A Taranto la Sinistra ha vinto. Proviamo in Italia» Il neo sindaco si iscrive al Prc e si dice pronto a lavorare per l’unità. «Ho preso la tessera di Rifondazione comunista perché voglio partecipare da iscritto ed in modo attivo a questo grande processo di rinnovamento del partito». Sindaco di Taranto da poco più di un mese, Ezio Stefàno ha le idee chiare: la forza e la determinazione di chi ha ricevuto un mandato “bulgaro”. Del resto ben due cittadini su tre lo hanno votato in contrapposizione al candidato del piddì salentino che ha racimolato un un imbarazzante 25%. Da qualche giorno Stefàno è anche iscritto al Prc. Una scelta nient’affatto casuale per l’uomo che dopo vent’anni ha riconsegnato Taranto alla sinistra – la Sinistra vera ed unita: «Voglio portare l’esperienza di questa meravigliosa vittoria che abbiamo ottenuto nella nostra città come dato fondativo anche a livello nazionale. In questo Paese – continua – c’è ancora bisogno, anzi, necessità di sinistra. Di una sinistra unita». Ha già in mente qualche nome il sindaco: Fausto Bertinotti, naturalmente, e Nichi Vendola. «Nichi sta facendo un lavoro straordinario ed io credo che sia pronto per portare questa sua esperienza oltre i confini pugliesi. Voglio sottolineare però che la vittoria di Taranto dimostra che le decisioni calate dall’alto non funzionano. La parola magica è partecipazione: i leader li decideranno i cittadini». Lei ha preso la tessera di rifondazione, come mai proprio ora? Intanto voglio dire che la mia storia è chiara: ero del Pci, dell’area sinistra del Pci, ingraiano per la precisione, e poi ho sostenuto la candidatura di Bertinotti e Vendola. Nessuna sorpresa dunque. Non è un momento qualsiasi, c’è un grande dibattito intorno all’idea di costruire una sinistra alternativa ed unitaria… Certo, non è un momento qualsiasi e non è un caso che io abbia deciso proprio ora di entrare nel partito. Ho deciso di farlo perché un conto è partecipare al dibattito del futuro della sinistra da esterno, altro conto è parteciparvi da iscritto. Diciamo che vorrei avere l’autorevolezza dell’appartenenza. Tentennamenti, passi indietro e passi avanti. Questa unione di sinistra stenta a decollare. Lei che ne pensa? Noi dobbiamo unirci. Io immagino in modo molto concreto la presenza della sinistra nel nostro Paese. Penso e lotto ogni giorno per una politica che sia passione e servizio, sono queste le nostre parole d’ordine. Noi dobbiamo comprendere che c’è la necessità di riavvicinare la politica e le istituzioni ai cittadini. Un processo di coinvolgimento fondamentale. D’altra parte bisogna tornare dalla parte dei più deboli e dei più esposti, sostenere i loro diritti e le loro aspirazioni. Come immagina questa nuova sinistra ed i futuri rapporti con il piddì? Noi dobbiamo costruire una forza che sia quasi di sostegno e di completamento al progetto del partito democratico. Portare avanti e rappresentare gli interessi dei più deboli dentro un progetto più ampio, è questa la nostra missione. Nel nostro Paese ci sono ancora tante ingiustizie e tanta, troppa disuguaglianza. Per questo non può non esistere una sinistra che sappia incidere. Ha già in mente qualche possibile leader? Per appartenenza mi risulta facile pensare a Fausto Bertinotti e poi a Nichi Vendola. Una persona che sta maturando un’esperienza assolutamente fondamentale. Sarebbe un delitto disperderla. Ma voglio sottolineare che la politica delle decisioni dall’alto non solo va contro la nostra idea di sinistra, ma soprattutto non vince. Quindi direi che il primo compito è quello di consegnare la parola ai cittadini ed al nostro popolo. Sono loro che decideranno. Del resto siamo diversi anche per questo. Parliamo di Taranto, lei ha rinunciato alla sua indennità di primo cittadino. Qualcuno parla di mossa “populista”, di demagogia… Nessuna demagogia, io ho rinunciato alla mia indennità di sindaco (circa 6mila euro al mese) ed ho dimezzato quella degli assessori. Ora provvederemo ad una diminuzione di quella dei consiglieri comunali. Tutto questo per dare un segnale di partecipazione reale alla crisi economica di Taranto. Abbiamo la necessità di riattivare la macchina amministrativa, basti pensare che ora il comune è aperto anche il sabato e la domenica: l’amministrazione ha funzionato dalle 7 del mattino alle 21. Tutto questo grazie ad una straordinaria volontà di far rinascere questa nostra città martoriata. Lei ha una grande responsabilità. I cittadini hanno deciso di credere al suo progetto… E’ vero, a noi ci guida questo grande desiderio di rinascere, i miei concittadini l’hanno capito. C’è stata una forte condivisione delle scelte compiute fin qui. La macchina era ferma, serviva il contributo di tutti. Ora posso dire che questa grande spinta ha funzionato e pian piano possiamo tornare alla norma. Su quali aspetti vi state concentrando? Sui più deboli e sullo sviluppo. Ci sono centinaia di persone che non hanno un posto dove dormire e che hanno difficoltà addirittura a mangiare. Per dare risposta a queste persone ci siamo appoggiati al mondo del volontariato. Da soli ed in tempi così stretti non ce l’avremmo mai fatta. Altro aspetto fondamentale è lo sviluppo, noi non possiamo perdere nessun finanziamento. Siamo impegnati in un confronto continuo con le persone per dare riposta alle urgenze. Superata questa fase possiamo sperare di tornare alla normalità.

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SINDACI «ROSSI» – Una crisi che viene da lontano

Posted by admin | Posted in Alessandria, Articoli, Asti, Biella, Cuneo, Mondo, Novara, Territorio, Torino, VCO, Vercelli | Posted on 27-01-2010

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di Valerio Evangelisti (ilManifesto del 27/01/2010)
Un poeta bolognese dei primi del Novecento, Olindo Guerrini in arte Lorenzo Stecchetti, scrisse dei versi intitolati ‘Primo Maggio’. Vi si descriveva la marcia lenta, solenne e silenziosa di un corteo di operai. «Toccandosi le mani ognun di loro / cerca il vicin chi sia. / Se i calli suoi non vi segnò il lavoro, / quella è una man di spia».
Senza rimpiangere (ma un poco sì) l’intransigenza dei socialisti di epoca prefascista, fama meritata di onestà a tutta prova ebbero anche i sindaci comunisti del dopoguerra. Io nacqui al tempo di Giuseppe Dozza, magari stalinista, però uomo tutto d’un pezzo, che ancora appariva in pubblico con un fazzoletto rosso al collo. Un mito d’uomo, tanto che mio padre, pur lontano dal Pci (era socialdemocratico), lo ammirava senza riserve.
Ugualmente limpidi sotto i] profilo morale furono i successori di Dozza: Guido Fanti, Renato Zangheri, Renzo Imbeni – uno dei sindaci migliori che abbia avuto la mia città. Persino Zangheri, che combattei nelle strade nel ‘77, era dal punto di vista personale di un’onestà ineccepibile. Nessuno avrebbe seriamente immaginato che lo slogan settantasettino «Bologna è rossa/è rossa di vergogna» potesse essere riferito, di lì a trent’anni, ai comportamenti del suo sindaco.
Il fatto è che il Pci, con gli anni Ottanta e ben prima dell’89, iniziò a rompere silenziosamente con la propria tradizione. Gran parte della sua base era transitata dalle classi subalterne al ceto medio, con vocazione prevalentemente commerciale, e in parallelo era cambiata l’ideologia di cui era stata portatrice. Avanguardia della trasformazione fu forse la Lega delle Cooperative, passata a un modello compiutamente capitalistico che poco conservava di alternativo; seguirono a ruota tutte le altre istituzioni informali o formali cui il movimento operaio aveva dato vita. L’elogio smodato della piccola impresa diventò, sic et simpliciter, elogio dell’esistente. Ci condusse all’amministrazione del sindaco Walter Vitali, pronta a tutte le privatizzazioni in campo ospedaliero e scolastico, e alla mano dura contro gli immigrati che avevano osato occupare (nel senso di entrare e restarvi) la basilica di San Petronio.
Fu scandaloso vedere il Gabibbo accorrere in soccorso di poveracci ricoverati dal Comune, dopo lo sgombero, in un edificio scolastico abbandonato: una spelonca sporca, fredda e fatiscente. Dopo la pausa politica di Guazzaloca, vincitore grazie all’avversione che il suo predecessore era riuscito a suscitare, Cofferati si incaricò di portare a termine il lavoro avviato da Vitali.
Politiche tutte incentrate sull’ordine pubblico, misure proibizionistiche, guerra ai nomadi e ai poveracci, chiusura di centri sociali, semi-militarizzazione dei vigili urbani, ecc. Fino al divieto di costruire una moschea in un quartiere periferico. Ciò rispondeva al profilo di un partito che ormai si era sfaldato. Nei suoi ranghi rimaneva un pugno di militanti «usi a obbedir tacendo», ammiratori di D’Alema perché ha i baffi come Stalin, e segretamente convinti che i programmi neoliberisti del Pd siano una raffinata mossa tattica in direzione del comunismo.
Accanto a costoro, però, stavano prendendo posto nuovi rampanti usi più ai salotti che alle riunioni di sezione, al richiamo dei vip che ai volantinaggi. Esattamente come il Psi negli anni di Craxi (ritenuto da Fassino e altri una specie di modello) – Poco interessati, di conseguenza, alla cosiddetta «questione morale». Ideologia comune? Nessuna ideologia, salvo l’avversione nei confronti della volgarità berlusconiana, troppo plebea e sguaiata per i loro gusti raffinati. Nemmeno Vitali e Cofferati, specchio delle diverse fasi di una trasformazione di base, furono attaccabili sul piano della condotta personale.
Perché si arrivasse a questo era necessario che il partito (intendo il Pci-Pds-Ds-Pd) perdesse gli ultimi brandelli di coerenza, scoprisse i benefici dell’atlantismo e delle guerre umanitarie, i valori di mercato, l’utilità delle privatizzazioni a oltranza, la consonanza – a fini elettorali – con forze politiche popolate da personaggi collusi con la mafia, oppure fautrici di un ultraliberismo di stampo-reaganiano e capaci di proporre lo scioglimento dei sindacati.
A quel punto, con un partito ormai privo di organizzazione e di tenuta ideologica, quale fu il Psi di Craxi al tempo «dei nani e delle ballerine» (forma organizzativa attualmente chiamata «primarie», come surrogato della democrazia interna), c’era spazio per ogni avventura. L’ultima di esse: candidare a sindaco Delbono. Non so se colpevole o innocente (spero nella seconda ipotesi), ma comunque, a differenza dei suoi predecessori, sospettabile di corruzione. Meno incattivito nel suo breve mandato nella persecuzione delle minoranze, nemiche o politiche, di quanto lo fosse Cofferati, ma subito impegnato nel licenziamento di centinaia di precari e nel finanziamento pubblico delle scuole private. Cosa che lascia indifferente il suo partito (ammesso che esista ancora), proteso verso ben altri, superiori fini. Cioè trovare, attraverso le consuete «primarie», un nuovo candidato sindaco decente. Compito quanto mai difficile.
Temo che Stecchetti, se potesse vivere nella Bologna attuale, di mani callose ne noterebbe poche o nessuna. Di «man di spia» invece tantissime. Fortuna che gli ultimi sindaci di centrosinistra hanno vietato i cortei, nei fine settimana.
Persino questo bisognava vedere.

http://www.controlacrisi.org/joomla/politica/sindaci-rossi-una-crisi-che-viene-da-lontano.html

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